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Il gallo italico di Sicilia: cos'è a Lëngua do iaddü?

Una brve storia

Le origini e le forme della ‘colonizzazione’ 

La formazione dell’insediamento si deve a coloni immigrati giunti al seguito della “conquista normanna” dell’isola (1061-1091) e provenienti con ogni probabilità dal Monferrato, dall’entroterra ligure e dalla sezione occidentale dell’Emilia (su questa provenienza si è espressa Petracco Sicardi 1965; 1969). 

Sbarcati a Santa Lucia del Mela, i ‘coloni’ si stabilirono, secondo un preciso progetto dei conquistatori, lungo un asse che dalla costiera tirrenica raggiungeva il mar Mediterraneo (Butera). L’obiettivo era quello di isolare gli Arabi della Sicilia orientale da quelli della Sicilia occidentale, di neutralizzarne la resistenza e “di assicurare una catena di caposaldi ‘latini’ dalla zona ‘greca’ fino al Canale di Sicilia”. 

Gli insediamenti che oggi chiamiamo galloitalici celavano dunque il disegno di “riequilibrare la prevalenza numerica musulmana” attraverso un consistente ripopolamento. L’identificazione della ‘madrepatria’ dei coloni, che in passato aveva suscitato animate discussioni, viene oggi riconsiderata in modo critico. “Oggi, se ancora esiste un problema delle origini, non è quello di individuare le sedi storiche di emigrazione, ma, semmai, quello di conoscere le origini socio-culturali degli immigrati”. 

Il glottonimo 

Sul piano dialettologico generale la denominazione di galloitalico, dovuta a Bernardino Biondelli (è del 1853 il Saggio sui dialetti gallo-italici), si spiega con l'esigenza di caratterizzare un insieme di parlate altoitaliane all'interno del sistema dialettale italo-romanzo e nello stesso tempo di tenerle distinte rispetto al tipo galloromanzo cui invece appartengono francese, provenzale e francoprovenzale. 

Pur condividendo con le varietà galloromanze tutta una serie di sviluppi dovuti all'azione di un comune sostrato prelatino di tipo gallico (in tutto il territorio nordoccidentale della penisola il latino dovette in effetti fare i conti con le lingue praticate da popolazioni di ascendenza celtica), le parlate galloitaliche vanno in ogni caso ricondotte al sistema italo-romanzo in quanto " la loro storia culturale, amministrativa, economica, si è da sempre orientata verso i grandi centri di cultura e di potere politico italiani e per conseguenza la loro evoluzione linguistica si è sviluppata in modo differente rispetto a quella del gruppo galloromanzo" . La provenienza da un’area corrispondente a quella dei dialetti galloitalici fece sì che tale denominazione fosse estesa alle parlate altoitaliane della Sicilia. 

Non mancano altredenominazioni e in particolare fin dall’Ottocento, a proposito dei centri di espressione galloitalica, si è parlato di ‘colonie lombarde’ alimentando un falso mito che ha conosciuto larga fortuna in sede letteraria (all’immagine del lombardo fanno ricorso Vittorini e Sciascia). 

Per approfondimenti su questa etichetta etnico-linguistica si veda Trizzino 2020, il quale tra l’altro fa rilevare come ultimamente nella letteratura specialistica, a partire dagli studi di Trovato, si stia diffondendo sempre più la definizione di parlate altoitaliane “volta a marcare l’origine settentrionale di questi dialetti senza dirette implicazioni di matrice genealogica”. 

La diffusione territoriale Tradizionalmente l’area di insediamento dei galloitalici di Sicilia veniva fatta coincidere con le sei località ‘forti’ di Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone, in provincia di Enna, e di San Fratello e Novara di Sicilia in provincia di Messina. Recenti approfondite ricerche (Trovato 1998, 2002, 2005 ecc.) ci restituiscono un quadro più articolato che distingue tre gruppi di centri che presentano un diverso grado di vitalità della parlata. 

• Un primo gruppo comprende quattordici centri principali ( per una popolazione complessiva pari a poco più di 60.000 abitanti.) in cui la parlata è ben radicata nell’uso, così distribuiti: 

- 4 in provincia di Enna: Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone; 

- 6 in provincia di Messina: San Fratello, Acquedolci (originaria frazione di San Fratello ripopolata nel 1922 a seguito di una disastrosa frana e divenuta comune autonomo dal 1969), San Piero Patti, Montalbano Elicona (con le frazioni di Bràidi, S. Maria e S. Barbara), Novara di Sicilia (con le frazioni di San Basilio, San Marco e Badiavecchia) e Fondachelli-Fantina (comune istituito nel 1950 per distacco da Novara di Sicilia, e formato da poco più di 20 villaggi dispersi lungo la valle del Patrì); 

- 1 in provincia di Catania: Randazzo; 

- 3 in provincia di Siracusa: Ferla, Buccheri, Càssaro; 

• Un secondo gruppo di centri va a formare “un’area di più sfumata galloitalicità” la cui fisionomia linguistica è cioè “fondamentalmente siciliana con elementi più o meno vistosi di origine italiana settentrionale” (si cita da Trovato 2005). Si tratta delle seguenti località: 

- in provincia di Messina, nella valle dell’Alcantara: Roccella Valdemone, S. Domenica Vittoria, Francavilla; 

- in provincia di Catania: Bronte e Maletto sul versante nordoccidentale dell’Etna; Caltagirone, Mirabella Imbàccari e, in misura minore, S. Michele di Ganzarìa, nella parte meridionale della provincia; 

- in provincia di Enna: Valguarnera Caropepe; 

- in provincia di Palermo, isolata, Corleone. In una posizione intermedia tra i due gruppi di centri e quelli di esclusiva parlata siciliana che li circondano si colloca infine una anfizona di espressione ormai sostanzialmente siciliana con tracce residuali di galloitalicità (soprattutto a livello lessicale). T

ale zona di transizione è costituita dai seguenti comuni: 

- nella provincia di Messina: Galati Mamertino, Tortorici, Ucria e Raccuja nelle valli del Fitàlia e del Sinagra; Basicò, Tripi e Floresta attorno a Montalbano (a nord i primi due, a sud-ovest il terzo); Moio e Motta Camastra, nella valle dell’Alcantara; 

- nella provincia di Catania: Castiglione di Sicilia, Linguaglossa e Piedimonte Etneo, tra la sponda destra dell’Alcantara e i primi contrafforti dell'Etna.

Tutela giuridica 

Il galloitalico della Sicilia non è ancora espressamente riconosciuto come lingua minoritaria, né a livello nazionale né a livello di legislazione regionale. “Per quanto riguarda le iniziative istituzionali di tutela, malgrado le ricorrenti iniziative di amministratori e rappresentanti locali, né la legislazione isolana né quella nazionale (Legge 482/1999) hanno mai preso in considerazione forme concrete di valorizzazione della specificità delle parlate altoitaliane della Sicilia, che pure rientrano a pieno titolo, come il tabarchino della Sardegna, nella categoria delle isole linguistiche e delle alloglossie”.

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